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Rimini citta': racconto di un pomeriggio

L'ALTRA RIMINI...

Le due del pomeriggio di una splendida giornata di febbraio. Che meraviglia passeggiare sul bagnasciuga della spiaggia "più amata dagli italiani", ora percorsa soltanto da qualche perditempo che porta il cane a correre sul nastro di sabbia fine, in un sillennzio cullato solo dal sonnacchioso spegnersi delle onde che lasciano una scia di conchiglie. Non sonnecchiano, invece, gli operai, che poco distanti dal lungomare stanno posando i cubetti di porfido e disponendo le aiuole e i lampioni nuvi nel tratto più elegante di Viale Vespucci che verrà trasformata in isola pedonale per la prossima staggione estiva. In realtà, la Rimini "vera" non votata soltanto alla "baraonda balneare", non si riposa affatto nel periodo invernale.

Basta lasciarsi alle spalle il glorioso Grand Hotel e la fontana con i cavalloni rampanti e oltrepassare, in fondo al Viale Principe Eugenio adagiato fra le ville, la grigia barriera della ferrovia, per tuffarsi in una realtà cittadina che potrebbe essere benissimo quella di un qualsiasi centro della pianura padana, anche a decine di chilometri dal mare. Nelle vie acciottolate della città vecchia, le ore della giornata si distendono tranquille nella pacata consapevolezza di un benessere guadagnato con il lavoro e mantenuto con costante impegno: sempre con un occhio particolare al "sociale", perchè si sa, la Romagna non è terra di individualismi e invidie, ma di passioni egualitarie che, anche se attualmente in ribasso, restano pur sempre linfa vitale della sua gente.

E' una città antica, Rimini, importante in epoca romana e protagonista di momenti splendidi nel Rinascimento, ma anche un centro di sviluppo economico che ha saputo gettare un ponte dagli anni del "boom" verso il futuro, valorizzando dapprima il potenziale turistico del litorale e poi le capacità imprenditoriali della propria gente, dando così vita ad un tessuto industriale e commerciale che oggi produce quasi la metà della richezza cittadina. A dimostrazione di questa vitalità, basta dare un'occhiata al calendario fieristico e congressuale, che in questi ultimi anni ha avuto a Rimini un impulso fortissimo, con gran soddisfazione degli albergatori che così riecono fare il tutto esaurito anche fuori stagione. Questa capacità di adattameto ad ogni nuova esigenza, unita alla voglia di andare sempre e comunque avanti, anche in periodi di crisi come quello attuale, rappresenta uno dei tratti caratteristici della Romagna e la fa assomigliare ad un'automobile che pur in riserva e con qualche acciacco continua il viaggio senza rallentate, fiduciosa di trovare, dietro l'angolo, una stazione di servizio meglio attrezzata.
La Rimini storica, quella "al di qua" della ferrovia, compresa fra l'Arco d'Augusto e il Ponte di Tiberio, fra i binari e ciò che resta degli antichi bastioni, è tutta una fervore di lavori. Scavatrici solcano il fondo melmoso del bacino del Marecchia per preparare il terreno al Parco Archeologico del Ponte di Tiberio, mentre i tecnici sono all'opera per rinforzare con tiranti di metallo i millenari fornici di pietra d'Istria, che sopportano ancora oggi le continue vibrazioni del trafico cittadino. Da un lato del ponte lo sguardo spazia sulla distesa verde verde del parco sistemato di recente, mentre dalla spalletta oposta si scorge l'inizio del porto canale, chilometri di banchine che stanno per essere ampliate con l'inaugurazione della nuova darsena, ormai indispensabile per una città che annovera una delle flotte da diporto più numerose del Mediterraneo.Visto così, con bulldozer e transenne, il bacino del Marecchia, prosciugato una sesantina di anni fa quando il fiume venne deviato, non sembra granchè, ma c'è un'occasione - come racconta Enrico Gnassi, riminese d.o.c. e capo uffiocio stampa del Comune - in cui anche anche il bacino, come tutta la zona circostante, cambia faccia. Ogni due anni, nel primo finesettimana di settembre, gli abitanti del Borgo San Giuliano, antico quartiere situato appena oltre il ponte, organizzano la Festa del Borgo: due giorni di piadine, pesce fritto, mazurke ed esibizioni estemporanee di artisti improvvisati, sullo scenario di quello che resta il quartiere più caratteristico della città, ancora oggi abitato, come cent'anni fa, da pescatori e ed artigiani. Le sue casette a due piani, affacciate su viottoli e piazze che offrono qua e là scorci inusitati di murales dalle tinte sgargianti, mantengono, non ostante gli evidenti lavori di restauro che stanno interessando tutto il quartiere, un'impronta familiare e genuina, vero contraltare allo scintillio delle gelaterie e discoteche della "marina".

"Era bello un tempo quando si faceva la fiaccolata nel bacino", prosegue Gnassi, "ma anche senza fuochi, è sempre un bel divertirsi e gli ultimi turisti della stagione riescono a godersi un pò di quella vera Romagna, che dalla o costa si è ormai rintanata nell'entroterra."Quanto il Borgo traspira quotidianità, tanto alcuni edifici del centro storico spiccano per una certa magniloquenza, che rimanda ai secoli in cui Rimini fu splendido centro d'arte. Non è il caso soltanto del Tempio Malatestiano, strana contaminazione fra il sacro e il profano germogliata dall'ingegno di Leon Battista Alberti: lo stesso impianto urbanistico conserva intatta la struttura per ortogonali tipica della città romana. Il Corso d'Augusto, teatro del "passeggio" pomeridiano della Rimini bene, non è altro che il decumano dell'antica Arriminum, fiorita alla confluenza di due importanti strade consolari. Fra palazzi aristocratici dalle alte finestre inferriate ed aggiornatissime boutiques, il Corso attraversa dritto il cuore della città quasi segnasse la traiettoria di una freccia scoccata dal Ponte di Tiberio verso l'Arco d'Augusto, all'estremità opposta del nucleo urbano più antico.
L'Arco romano, già: immancabile fra le illustrazioni dei sussidari scolastici alla pagina "Emilia-Romagna" non è davvero un granchè, sormontato da un improbabile merlatura medievale e circondato da un piazale anonimo, su cui si aprono i portici di qualche palazzone tipico di quella frettolosa edilizia con cui nel dopoguerra si rimediò alle tremende devastazioni belliche.

Poco distante, tuttavia, Rimini riprende la sua piacevolezza in Piazza Tre Martiri, dove accanto ad un cippo romano un tempio ricorda il luogo in cui, secondo la legenda, Sant'Antonio avrebbe compiuto uno dei dei suoi tanti miracoli. Sotto la Torre dell'Orologio, autobus, taxi, biciclette e passanti si dividono l'ampio spazio di una piazza dai rilassanti portici pieni di vetrine. "Troviamoci alle quattro alla pigna", si salutano due ragazze con libri sottobraccio, prima di entrare in due negozi diversi. Eccola, la "pigna" è la scultura che sormonta la bianca fontana cinquecentesca che orna l'altra, e più rappresentativa, piazza cittadina: quella dedicata a Covour, ad onta dei medievali Palazzi dell'Arengo e del Podestà che vi si affacciano con le loro belle arcate. Qui era il centro pulsante della vita cittadina nei secoli passati, come ricorda anche la caratteristica antica pescheria, un mercato coperto da un alto soffitto in travi a vista, fra le cui arcate oggi non viene più venduto il pesce appena scaricato dai pescherecci nel canale, ma soltanto fiori, libri, e piccoli oggetti d'antiquariato, in un simpatico mercatino che affianca quello principale del mercoledì mattina. Intorno alla vasca circolare della fontana, fra gli ingombranti tendoni dei bar-pasticceria e lungo i banconi di marmo della pescheria, i riminesi passano, non curanti della fortuna di abitare un centro così, "a misura d'uomo", dove le biciclette fanno da padrone in una delle isole pedonali più vecchie d'Italia.

Già che si parla di mercato, perchè non fare un salto a quello stabile, che ogni giorno approvvigiona le dispense dei 130 mila riminesi e, in estate, riesce a provvedere a fabbisogno di una popolazione più che raddoppiata?
Ospitato in un grande capannone a due passi dai candidi marmi del Tempio Malatestiano, il mercato coperto è meta, nelle prime ore del mattino, di un indaffarato pellegrinaggio delle casalinghe, che guardano, scelgono ed acquistano fra trionfi di frutta e ortaggi delle fertili campagne romagnole, ma soprattutto fra centinaia di cassette di pesce, di tutte le varietà adriatiche. Anche qui, come nelle strade della città, l'impressione generale è che ogni cosa, dalla distribuzione alla pulizia dei locali, funzioni alla perfezzione. Viene  quasi voglia di complimentarsene con i responsabili. Fra i vari servizi pubblici di cui la cittadinanza riminese dispone, un ruolo importante è quello di Palazzo Gambalunga, storica residenza arristocratica, oggi sede di una rifornita biblioteca. Nelle sue sale più antiche, ancora arredate come due secoli fa, venerande scaffalature raccolgono ponderosi di argomento sacro e teologico. "Tutta roba di Santi e Madonne", osserva con spirito tutto romagnolo il funzionario che mi accompagna, "ma guardi che meraviglia", e mi mostra un enorme Antico Testamento, con testo in quattro lingue, fra cui l'ebraico, illustrato con preziose incisioni.

Sotto la biblioteca, stipata in poche sale insufficienti ad accogliere l'intera consistenza, la pinacoteca civica attende la conclusione dei lavori di restauro dell'ex collegio dei Gesuiti,il complesso che finalmente dovrebbe permettere di esporre anche molti dipinti finora costretti ad un immeritato esilio nei magazzini. Che in quelle ampie sale possano trovar posto anche quei mosaici romani, staccati dai pavimenti delle ville dei dintorni, che attualmente servono d'appoggio alle biciclette nel cortile di Palazzo Gambalunga? Non sarebbe male, considerandone il buon stato di conservazione e la bellezza, che meriterebe una sede più adeguata. Mentre non si può dire che la pittura antica goda a Rimini della massima cura (anche il restauro del ciclo pittorico nella chiesa di Sant'Agostino procede al quanto a rilento, e l'affresco di Sigismondo Malatesta di Piero della Francesca nel Tempio Malatestiano è piuttosto malandato), vive invece una fase di grande vitalità l'arte cinematografica. Nella scia del grande riminese del cinema, Fellini, è nato e cresciuto il festival "Riminicinema", che porta le proprie rassegne anche all'estero. Con il grande Federico, che lasciò il borgo natio a 20 anni, la città non ha in realtà una frequentazione molto assidua, mentre riminese d'adozione ma molto più presente è un'altro nome titolare del cinema italiano, il poeta e sceneggiatore Tonnino Guerra, nativo della vicina Santarcangelo e, con le sue continue bizzarre proposte, croce e delizia degli assesorati comunali. Che si tratti di suggerire il ritorno all'usanza delle vecchie stufe di ceramica, l'impianto di centinaia di alberi da frutta nella Valmarecchia l'allestimento di una mostra d'arte, Guerra si impone sempre con l'autorevolezza della sua statura culturale e la sua veemenza di artista, scontrandosi non di rado con lo spirito ben più pragmatico dei suoi contemporanei, non tanto inclini alla contemplazione, soprattutto in tempi di emergenze economiche ed ambientali.

Comunque sia, Rimini non si perde d'animo. Le alghe mucillaginose penalizzano il turismo lungo la marina? Resta sempre un buon margine d'intervento sulla città, come dimostrano le iniziative promozionali e i proggeti di ristrutturazione urbana, per esempio la trasformazione della Piazza Ferrari in un vero e proprio giardino e il recupero del Castel Sigismondo, la rocca malatestiana che si erge orgogliosa alle spalle del Teatro civico, ai margini del centro storico. Reduce da decenni di abbandono, il Castello sta ora tornando agli antichi fasti, grazie al restauro quasi completato della cosidetta "ala di Isotta", romanticamente dedicata alla amante di Sigismondo, che riposa con lui nel Tempio Malatestiano.Nell'ala di Isotta di Castel Sigismondo ha trovato una sistemazione suggestiva un museo che non può sfuggire, per la richezza delle sue collezioni e per l'originale criterio secondo cui è stato organizzato, all'attenzione di un turista curioso anche delle bellezze meno conclamate. Il Museo delle Culture Extraeuropee Dinz Rialto, nato da una donazione e progressivamente arrichito, persegue lo scopo di indicare le relazioni fra le arti igiustamente definite "primitive" e le avanguardie europee del nostro secolo, da Picasso a Gauguin da Matisse a Henry Moore. Per ora si avvale, in questo, soltanto di grandi pannelli illustrativi che arredano le sale, ma presto entrerà in funzione un reparto di audiovisivi che potrebbe rappresentare un'insolita occasione di arrichimento culturale anche per gruppi di turisti interessati a saperne di più sulle civiltà che hanno prodotto gli inquietanti feticci, i totem e gli oggetti d'uso esposti, e sul loro influsso sull'arte contemporanea. Un gioiellino museale, il Dinz Rialto, che apre un orizzonte cosmopolita in più su una città che si avvia a diventare la nona provincia della sua regione, e uno spunto culturale ideale per un turismo sempre meno appagato dagli ozi balnear-gastronomici e dai divertimenti chiassosi che avevano finora determinato il successo della Romagna.
     














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