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Regge per le vacanze: montefiore e gradara

Nel Trecento i Malatesta ristrutturarono alcune rocche modificandole alle loro esigenze dato che ormai erano considerati tra le più grandi corti dell’Italia, questo lo fecero dopo che ottennero la nomina ufficiale a “vicari”. Soprattutto Gradara e Montefiore, che erano roccaforti inespugnabili, vennero rese delle residenze temporanee sontuose, adibite al relax e utilizzate soprattutto durante le stagioni caccia, come fossero luoghi di villeggiatura e vacanza. Si trovano anche strutture edificate come “delizie” ma poi ricombinati in roccaforti: per esempio la villa delle Caminate a circa 3 miglia da Fano, costruita da Galeotto Malatesta nel 1365 e adornata da Pace da Faenza, purtroppo questa fortezza fu completamente distrutta. Montefiore, dalla sua posizione dominante, controlla sia la valle del Conca che quella del Ventena e ed è parte di tutto il cordone difensivo dei Malatesta dato che da questa cittadina è visibile sia Rimini che tutta la pianura limitrofa; questa sua importanza strategica è da mettere in relazione con le roccaforti dei Montefeltro a Tavoleto e Sassofeltro. Questo di Montefiore è il più caratteristico dei castelli che i Malatesta fecero edificare; grazie alla sua classica forma prismatica e per l’aspetto “anomalo” che ha la rocca stessa, quasi fosse irreale tra l’essere frastagliato e l’essere levigato, quindi non è un caso se questo “affresco” è rimasto negli appunti di Giovanni Bellini che la ritrasse poi in un paio di suoi quadri. Peccato perché a guardare da vicino questi splendori si notano che le opere di ristrutturazione eseguite nel dopoguerra, sono state fatte “male” ed hanno cancellato o modificato un discreto numero di particolari della struttura e dei dipinti originali che avrebbero sicuramente fornito aiuti per capire e ricostruire al meglio la roccaforte. Già dal Duecento il castello aveva era molto grande ed aveva una strutta idonea: la torre centrale alla quale si contrapponeva a lato, un palazzo residenziale; tutte queste strutture poi erano difese da cinta murarie con all’interno una cisterna avvolta dal maestoso cortile, tutto questo naturalmente sulla cima della collina. Le cinte di mura che circondano tutto il paesino, assieme a tutti gli altri ampliamente della rocca, risalgono invece al secolo successivo. Ci sono informazioni di svariati ammodernamenti e modifiche dovute a Sigismondo, ma prima di lui fu Ungaro Malatesta a cominciare l’opera; infatti quest’ultimo predilesse la rocca di Montefiore a tutte le altre e la fece abbellire con uno stemma lapideo con rappresentato il “cimiero” che tutt’ora è presente e con quadri e affreschi che sono sopravvissuti agli anni. Nella “camera dell’Imperatore” (che si trovava in mezzo ad una “sala del trono” e ad una “sala del Papa”) si trovano dei “ritratti” di antichi eroi e due frammenti di battaglie realizzati da Jacopo Avanzi verso il 1370. Di tutti gli edifici privati / vacanzieri malatestiani, queste poche opere sono le uniche rimaste inalterate. Molti alti affreschi e dipinti sono documentati in tante altre abitazioni e fortezze dei Malatesta: a Pesaro, a San Costanzo di Fano, a Rimini, a Montelevecchie, a Gradara e a Brescia, ma in queste residenze non ve ne è traccia. Quando si esce da Montefiore è bene notare le costruzione edificate a formare un semicerchio alla base della roccaforte, e la chiesa parrocchiale dotata di un unico portale gotico e un Crocifisso del Trecento. Da notare inoltre sul portone del paese (che nel Medioevo era equipaggiato con un ponte levatorio) è murata una lapidea targa con gli stemmi del pontefice Pio II Piccolomini e del cardinal legato Niccolò Forteguerri. Un altro castello che unisce sia la maestosità di una residenza a quella prettamente difensiva è la rocca di Gradara. Questa roccaforte si tratta di una proprietà acquistata direttamente e non ottenuta tramite una concessione del pontificato. Gradara e la sua fortezza sono direttamente in sintonia con Rimini e con tutte i castelli limitrofi di Gabicce, Fiorenzuola, Casteldimezzo e Tavullia. Guastafamiglia Malatesta nel 1364 ha affidato Montefiore a Malatesta Ungaro e Gradara a Pandolfo Malatesta che erano i suoi diretti figli. Pandolfo fu amico col Petrarca che nei sonetti del 1429 morì proprio nella fortezza di Gradara. Pandolfo era conosciuto per il suo amore per la poesia oltre che per la pittura, si fece decorare sia il castello di Gradara che la sua residenza pesarese con affreschi che rappresentavano eroi antichi e battaglie epocali. ncora esistone e risultano essere del Quattrocento i dipinti che si vedono, ma questi non sono stati realizzati grazie a Pandolfo Malatesta, bensì agli Sforza che ottennero la roccaforte nel 1463. All’ingresso nella città si vedono subito sul portone gli stemmi di Alessandro Sforza assieme a quello di Guidogaldo II della Rovere e di Vittoria Farnese, invece sulla porta vera e propria del castello di trova un’iscrizione di Giovanni Sforza per ricordare una imponente ristrutturazione nel 1494. Tutto sommato la città presenta ancora molto dell’originale del castello malatestiano nonostatnte tutti gli ammodernamenti e ristrutturazioni che negli anni furono apportati. Per entrare nella fortezza si deve attraversare il ponte levatoio, quindi alcune difese per poi ritrovarsi all’interno del cortile quadrangolare adornato su tre lati da portico e loggia, qui si trovano i simboli di riconoscimento sia di Giovanni Sforza che di Malatesta Pandolfo; da una parte sorge il mastio nudo e maestoso e risulta essere la cosa più datata che c’è a Gradara, questo era sicuramente il tribunale e la prigione dato che viene indicato come “antidoto della disonestà” da un’iscrizione esterna. Dal cortile si arriva alla cappella dove si trova una pala maiolica bianca e azzura rappresentante la Madonna con il Bambino e quattro santi di Andrea della Robbia. Passando poi per una scala del Cinquecento, si giunge al primo piano, qui si trovano le sale con un mobilio d’antiquariato molto eclettico e decorazioni che inneggiano al medievale talmente marcate da risultare false. Persino la camera dove si svolse la tragedia dei “due cognati” (Paolo e Francesca) è falsa ed è stata costruita ad hoc proprio per rappresentare quanto accaduto in quel luogo. Fortunatamente il castello e la sua struttura sono autentici così come lo sono le affascinanti decorazioni rinascimentali comeil camerino di Lucrezia Borgia, la sala dei putti e il loggiato dove ancora risiedono alcuni frammenti di sculture. Il vero spettacolo della rocca risiede nella sua struttura e complessità, nella divisione delle sue parti, nella maestosità della sua struttura e tutto ciò che rappresenta e si vede dalle sue vette: un paese fortificato e tutto il paesaggio attorno. Gradara, ‘distesa sulla cresta della collina con una sorta di armata e vigile mollezza, come una fiera in riposo ma pronta a slanciarsi’ (così scrive Luigi Nichelini Tocci), guarda in tutte le direzioni possibili. Gradara è la terra malatestiana e respira il mare portato dal vento e le nebbie padane, dove eccheggiano musiche e voci. Qui ancora è presenta l’aria cavalleresca che è sia crudele che al tempo stesso cortese, dove tutto viene mescolato al ricordo delle coraggiose imprese di Sigismondo prima del declino.













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