La valle del conca
Per raggiungere velocemente la valle del Conca da Rimini, conviene attraversare di sbieco tutto il territorio riminese fino a raggiungere Morciano di Romagna, così si può arrivare all’inizio della sua parte collinare. Prendendo la strada che scivola tra le colline di Coriano, lo spettacolo che ci si mostrerà sarà straordinario, vedremo questi colli coltivati come fossero dei giardini: vigne, oliveti e campi si alternano sulle morbide pendenze e vengono colorati da piccole case sparse, da chiesette, da pioppi e da salici profondamente piantati sulle rive dei torrenti. A Coriano troviamo le rimanenze di un vecchio castello con cinte a scarpa e drappi con beccatelli, e un portone con tracce distinguibili del vecchio ponte levatoio, dove fa bella mostra di sè lo stemma in pietra dei Passatelli di Imola (che dal 1528 al 1580, ebbero feudo in Coriano). L’entrata interna alla fortificazione, di forma poligonale è più remoto ed è costituito da un’antica torre portaia alta e diritta, che conserva ancora qualche merlo. La fortezza è stata in buona parte rifatta di recente; al suo interno è stato effettuato un Antiquarium che raccoglie ritrovamenti, oggetti e pezzetti di ceramica, ritrovati durante il rifacimento. Dopo Coriano una strada secondaria si incanala sulla sinistra nella valletta del rio di Mordano, fino al ponte Scaricalasino, e risale fino alla frazione di Castelleale: si trattava della fortificata fattoria del vescovo Leale Malatesta, che vi mori’ nel 1400. A ben guardare nelle cinta esterne del piccolo “villaggio” si vedranno mura e archi del Trecento, arcaiche finestre con stipiti in pietra, resti di una muraglia e di un torrione con porta a sesto acuto; nel fianco a monte ci sono ancora numerosi avanzi della porta carraia, messa accanto ad un’altra, più piccola, pedonale, entrambe forgiate a forma ogivale. Il vescovo Leale diede alla Cattedrale di Rimini un bell’ostensorio, poi modificato in reliquiario (‘della sacra Spina’): questo risulta particola perché sul piede è raffigurato il vescovo in devozione davanti a San Giorgio, patrono della cavalleria. Sull’altura opposta esiste un abitato analogo a quello di Castelleale, e forse più vecchio, circondato da cerchie murarie fatiscenti coperte dalla vegetazione con l’unico ingresso guidato da un’alta torre, caduta per metà negli anni passati: Agello. Dall'altra parte di Castelleale si arriva a San Clemente, anch’ essa con rimanenze di roccaforti, e poi si inizia a discendere nella valle del Conca, che si raggiunge a Morciano: andando per il pendio sinuoso si vedono sull’altro lato della valle Saludecio, Montefiore e Gemmano, contrade fortificate che circondano colli colmi di vegetazione. Da Marciano è conveniente ripercorrere la valle almeno per arrivare a Montescudo e Montecolombo, due città ben dotate sul lato mancino del fiume, che (con Gemmano) sono stati semidistrutti durante l’ultima guerra. A Montescudo sono meritevoli di interesse le grandi cinta della roccaforte, con pendii molto grandi e molto inclinati e quindi era effettivamente improbabile un assalto. Sul fortilizio meridionale si osserva ancora una lastra di marmo con un’epigrafe latina dal dettato importante, scalpellata con la consueta cura per la sistemazione e il tipo delle lettere. In essa Sigismondo dichiara di aver edificato dalla fondamenta la grande roccaforte come ‘scudo’ per la città di Rimini nel 1460. Montescudo, controllando tutta la media valle del Conca e quella del fiume Marano, e combattendo direttamente le fortezze avversarie di San Marino, istituiva davvero l’elemento chiave di tutte le difese: un vero e proprio scudo a salvaguardia della stessa città di Rimini, che gli è unita da una pratica strada di dorsale ampia appena una ventina di chilometri. Il 31 marzo 1954, durante il rifacimento delle cinta a est di Montescudo, sono state rinvenute ventidue distintivi con il ritratto di Sigismondo. Sono alcune di quelle colate in bronzo da Matteo de’Pasti nella parte centrale del Quattrocento. Ne sono stati rinvenuti diversi anche altrove, sempre nelle cinta di realizzazione malatestiane; conosciamo che il signore di Rimini le faceva occultare nelle cinta murarie allo scopo di fare ricordare il suo nome e il suo volto anche all’abbattimento delle sue strutture, come la memoria e l’immagine degli imperatori romani erano sopravvissute, per mezzo delle loro monete, alla rovina delle loro grandiose costruzioni. Tali ‘ansie’ non potevano essere intese dalle persone comune, che lavorò di fantasia su siffatti depositi e li definì come tesori: molteplici leggende di ricchezze nascoste nelle pareti delle roccaforti malatestiane nacquero quando Sigismondo era ancora in vita; e a Montefiore se ne narra ancora. Il fianco opposto della valle è controllato principalmente da Gemmano, le cui rocche sono state disperse, e da Montefiore, che si raggiungono facilmente da Morciano. Da Morciano inizia anche la via che garantisce di raggiungere a Saludecio, e superando la cresta con Mondaino e Montegridolfo, va giù nella valle – quasi tutta la marchigiana – del Foglia. Ci troviamo nuovamente nei pressi del limite di grande qualità strategica, quindi minuziosamente fortificate. A Saludecio, che ha sempre orbitato nel circondario riminese e malatestiano, ma che ha posseduto dei piccoli domini (gli Ondidei, assassinati da una casata avversaria ne1344, forse su incitamento degli stessi Malatesta), restano scarsi avanzi dell’arcaica fortezza, amalgamati nel Palazzo Comunale dell’Ottocento, il cui fianco esterno è ornato da un’insegna malatestiana del Trecento. A Mondaino, che dopo l’annientamento malatestiano ha a lungo orbitato su Fano, tanto le difese murarie esterne che il portone del nord e la roccaforte (ora palazzo comunale), su un grande fondamento a scarpa, compongono un cuore molto suggestivo, anche per l’introduzione fra di esse di una spettacolare piazza dell’Ottocento, semicircolare e porticata. Di recente è stata ritrovata e in parte solcata un lungo e ripido tunnel sotterraneo che dal castello portava al fiume; era questo una via per fuggire, o un corridoio segreto per spedire staffette. Nella bibliografie riguardanti le roccaforti si parla spesso di aperture segrete, ma questo è l’unico, per ora, confermato da una scoperta. Saludecio e Mondaino, come le altre città della zona, nella prima metà del Trecento subirono le guerre interne alla casata malatestiana, fra i cugini Ferrantino Novello, Galeotto e Malatesta Guastafamiglia; il primogenito di Ferrantino e nipote di Malatestino dall’occhio, i secondigeniti di Pandolfo I (che era il fratello di Malatestino). Questi combattimenti si conclusero con la disfatta di Ferrantino, che si era associato con i Montefeltro e aveva fondato una specie di dominio personale sulle alture della Romagna verso Urbino. Un’intera cittadina fu martire di queste guerre: Montegridolfo, distrutto nel 1337 da Ferrantino e riedificato cinque anni dopo da Galeotto e Malatesta seguendo una struttura “ideale”, ancora fondamentalmente inalteratao: sul rialzo terrapienato e regolarizzato da alte muraglie a scarpa, le semplici strutture si alzano allineate con cura fra le strade parallele; l’ingresso al paese ha luogo attraversando un’unica porta-torre con ponte levatoio, ora trasformata. Sul lato opposto al paese sorgeva una piccola fortezza, di cui rimangono resti moderatamente aggregati in un palazzo (ora trasformato in albergo): forse era quella nobilmente regalata nel 1503 da Cesare Borgia, detto il Valentino, al suo amatissimo ‘boia’ don Micheletto. Tutta la città è stata di fresco ristrutturata con molta attenzione. Poco distante dal vecchio paese si erge la chiesetta di San Rocco, con dipinti del XV e XVI secolo ravvisanti la Madonna con il Bambino e i santi Sebastiano e Rocco, e una pala del Seicento che ne ripete il soggetto (di Guido Cagnacci). Nella valle del Conca si rinvengono altri quadri dell’ultimo quarto del Quattrocento di pregevole fattura: una Vergine con il Bambino in regno fra angeli musicanti è a Mondaino (ora nel Municipio, venuto dal convento delle Clarisse); e una incompleta guarnizione con la rappresentazione del Giudizio Universale e del Paradiso è nella chiesetta dell’ospedale di Santa Maria della Misericordia di Montefiore. Se si scende dalle colline fino a Morciano, si può continuare fino al mare per la via che fiancheggia il fondo del Conca. Ben rapidamente si incrocerà un’altra apprezzabile terra malatestiana, San Giovanni in Marignano, di costruzione benedettina, con cinta e torrione di ingresso tre-quattrocentesche (e numerosa ‘fosse da grano’ da poco ritrovate e ristrutturate). Tutto il territorio pianeggiante incluso tra il Conca, il Ventina, il Tavolo, da Morciano al mare, nel corso dell’alto Medio Evo era paludoso, e fu risanato dai Benedettini, che vi si erano insediati con molte abbazie e grandi proprietà in parte già della chiesa ravennate. La via di comunicazione finisce a Cattolica (la cui antica chiesa di Sant’Apollinare era dei Benedettini di Classe), che limitati chilometri dividono dal gigantesco castello di Gradara, in terra pesarese.



